Dio è qui! Considerazioni sulle provocazioni Lgbtq+ a Padova.

ATTUALITÀ

6/15/20264 min read

Sono passati ormai alcuni giorni dalle provocazioni che alcuni giovani Lgbtq+ hanno inscenato con cartelli davanti ad uno degli edifici di culto più famosi in Italia, la Basilica del Santo a Padova e che hanno giustamente suscitato l’imbarazzo del Vescovo.

Per chi non lo sapesse, in occasione del mese del Pride, alcuni giovani della associazione Il Mandorlo si sono fatti immortalare con alcuni cartelli, con messaggi del tipo “le cattofroce sono qui”, “eccoci in frocessione” e uno in cui si rivolgevano a Dio dandogli del “queer” (letteralmente “strano, bizzarro”).

Il Vescovo della città Mons. Claudio Cipolla ha commentato: “L’immagine con i cartelli esposti mi ha fatto sentire molto in imbarazzo”.

Aggiungiamo che l’imbarazzo del Vescovo era comprensibile dopo che lo stesso aveva partecipato, il 15 maggio, alla veglia per il superamento della omolesbotransbifobia e di tutte le discriminazioni nella chiesa di San Bartolomeo.

Ci sarebbe molto da dire sul significato di queste veglie e di come le stesse passino, in un amen (è proprio il caso di dirlo, trattandosi di veglie di preghiera), da serate di preghiera perché cessino l’odio e le violenze verso le persone lgbtq+ (nel silenzio generale, tuttavia, di

iniziative per tante altre categorie – in primis i cattolici in tante parti del mondo, ingiustamente perseguitati), a strumento per una piena legittimazione di un comportamento gravemente contrario alla morale cattolica (per gli smemorati suggeriamo un ripasso dei nn. 2357-2359 del catechismo della Chiesa Cattolica).

Vogliamo tuttavia concentraci su un aspetto che sta alla base dei cartelloni esposti di fronte alla Basilica del Santo.

La prima riflessione muove da un aspetto essenziale del credo cristiano, quello per il quale l’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio.

Se ci si avventura in uno sciocco gioco di parole dal sapore blasfemo, per attribuire a Dio i caratteri del sessualmente fluido (queer è, oltre che letteralmente bizzarro, strano, anche indicativo di un individuo la cui identità e/o orientamento sessuale è appunto fluido) o del bizzarro, significa che non è l’essere umano ad essere, con la sua dignità, a immagine di Dio ma che deve essere Dio a essere a immagine e somiglianza dell’uomo.

In sostanza, la divinità diviene uno specchio di tutte le fragilità umane, modellata perfino sui difetti e i vizi dell’essere umano, a somiglianza dei numerosi protagonisti dell’olimpo greco.

In questo caso, si potrebbe chiosare con Nietzsche che “l'uomo, nel suo orgoglio, creò Dio a sua immagine e somiglianza”.

È chiaro che l’approccio alla fede di questo tipo non si pone di fronte alla rivelazione come ad un tesoro che ci è stato donato (“nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” Mt 11,27), e al quale accostarsi con timore e venerazione, ma che pretende invece di definire l’insegnamento e il volto di Dio con un ribaltamento tra Creatore e creatura.

Del resto, se si pensa al misticismo di un santo come Charles De Foucauld, estatico di fronte al mistero del Dio incarnato (“O mio Dio, quale felicità! Quale felicità! Dio con noi. Dio in noi. Dio nel quale ci muoviamo e siamo...
O mio Dio, che cosa ci manca ancora? Quanto siamo felici!
«Emmanuele, Dio-con-noi
»), non può che risultare stridente il confronto con chi pensa che si possa dialogare con Lui, come si farebbe con un commensale al tavolo di un’osteria, con tasso alcolemico fuori scala.

Ma se ci pensiamo, questo è davvero il frutto avvelenato di questo ribaltamento del rapporto tra Creatore e creatura.

La divinità, nella concezione sottesa a dimostrazioni come quella tristemente rappresentata dalle cronache nazionali, deve stare ai miei ordini, ai miei capricci.

La divinità viene così ridotta a cameriere, al quale richiedere la bevanda che più mi aggrada, e al quale posso rivolgermi anche con modi inurbani.

Al massimo potrò anche ritenerlo onnipotente, ma sempre nel senso di considerarlo come dipendente dalla mia volontà, una sorte di intelligenza artificiale, sempre pronta a rispondere alle mie richieste.

È del tutto evidente che una simile divinità non assomiglia a Gesù Cristo, che è venuto a rivelare all’uomo la sua altissima vocazione e a indicare la strada per la beatitudine eterna.


C’è poi un’ulteriore considerazione da fare.

Essere cristiano significa essere alla sequela di Gesù, sapendo che il cammino che mi richiede è esigente, ma anche ricco di gioia autentica.

Invece, pare che nella mentalità comune l’essere cristiano costituisca una occasione per svolgere rivendicazioni a vario titolo, come se la comunità dei credenti costituisca un qualsiasi consesso, un’assemblea di condominio, un consiglio comunale: “La Chiesa deve accettare questo o quello, è tempo di modernizzarsi”.

La dice lunga il fatto che all’imbarazzo del Vescovo - che avrebbe pur dovuto suscitare qualche riflessione matura su cosa significhi per questi giovani essere cattolici, essere in cammino, e quale sia il Dio in cui credono - la risposta che è giunta sia stata una citazione di Lady Gaga (qui)


La banalizzazione di questioni cruciali è evidente, ma - e qui forse il discorso si farebbe molto lungo – è evidente che la vita interiore rischia, nell’attuale contesto socio-culturale, di scendere di gradino in gradino nell’assoluta mediocrità.

La società è pronta a benedire ogni sforzo, ogni rinuncia, la totale abnegazione per il raggiungimento del successo nella carriera lavorativa o per conseguire traguardi nello sport.

Invece, quando si tratta di fede e di cattolicesimo, pare che ogni richiesta di lavoro su sé stessi, di miglioramento, di sforzo per essere una persona matura sia bandito.

La frase di Gesù alla adultera “neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,11) è di solito limitata, troncata a metà e l’amore di Dio per ogni sua creatura è confuso con un indifferentismo morale divenuto allarmante.

Chiedere un impegno morale è quindi démodé, frustrante, medioevale, psicologicamente deleterio, salutisticamente scorretto, culturalmente demotivante.

Eppure Dio è qui. Tra questa umanità sempre contesa tra bene e male, disponibile a farsi riconoscere da chi lo cerca con cuore sincero, forse senza neppure saperlo.

Come accadde al giovane Andrè Frossard, ateo e socialista, figlio di un socialista, folgorato e convertito all’istante dopo essere entrato casualmente nella cappella dell’adorazione delle suore delle Figlie dell’Adorazione a Parigi.

Possiamo vedere Dio se davanti agli occhi non ne abbiamo una caricatura, un’immagine che ci siamo costruiti per sentirci a posto con la nostra coscienza.

Sì, Dio, quello mostratoci da Gesù, è davvero qui.

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