I Turcs tal Friul: un popolo diviso tra la bestemmia e l’invocazione a Dio

LETTERATURA

11/2/20267 min read

Oggi, 2 novembre, ricorrono giusto cinquant’anni dalla prima rappresentazione de I Turcs tal Friul (i Turchi in Friuli), avvenuta a Venezia, nella Chiesa di San Lorenzo con la voce registrata di Padre David Maria Turoldo a recitare la preghiera di supplica che ne costituisce l’esordio.

Si tratta di un’opera teatrale, scritta in friulano da Pier Paolo Pasolini nel 1944, ma pubblicata solo dopo la sua morte avvenuta il 2 novembre del 1975. Ebbene, in questi giorni, I Turcs tal Friul sono ritornati sui palcoscenici della regione Friuli Venezia Giulia, con tre date che hanno coinvolto, oltre alla prima fissata a Udine, le città di Casarsa della Delizia (PN), legata indissolubilmente a Pasolini, e Gemona del Friuli (UD), simbolo del terremoto del 1976. Sì, perché la rappresentazione a pochi mesi dal disastro del terremoto, esprimeva anche la volontà del popolo friulano, nella sua forte identità, di ricominciare.

Nella presentazione, a firma del regista Alessandro Serra, della più recente messa in scena dell’opera di Pasolini si legge questo: “C’è la contrapposizione religiosa ma soprattutto musicale fra una cultura cattolica della rassegnazione e la sacrosanta bestemmia di un popolo capace, il giorno dopo il terremoto, di numerare le pietre e cominciare a ricostruire.
La stessa bestemmia intonata da Meni a cui nel finale farà eco Pauli che, di fronte al cadavere del fratello, con l’ultimo fiato del suo povero petto cristiano, bestemmierà la Madonna. Sarà questa Bestemmia a generare il vento spaventoso che fermerà i Turchi. Al prete non resterà che dire: Amen
”.

Sorvoliamo sull’accusa di rassegnazione cattolica di fronte al terremoto, cui si potrebbe obiettare, ad esempio, il ruolo avuto dall’allora Arcivescovo di Udine Mons. Battisti, figura di riferimento in quei giorni tragici, che disse, a pochi giorni dal sisma: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”.  Concentriamoci invece sul resto. Ora, per chi non conosce la storia di Casarsa della Delizia e delle scorribande dei Turchi nel 1499, tutto questo rischia di apparire incomprensibile. 

I camerari di Casarsa della Delizia, Mattia de Montiq e Zuan Colùs, sotto la minaccia dei Turchi che avevano invaso nel 1499 il Friuli e lo stavano mettendo a ferro e fuoco, fecero voto alla Madonna di erigerle una chiesa se il loro paese fosse stato risparmiato, cosa che poi effettivamente fecero attribuendo ad un miracoloso intervento della Vergine lo scampato pericolo. Il voto fu poi impresso in una lapide che il giovane Pasolini ebbe modo di leggere. Dunque l’opera di Pasolini stravolge davvero il racconto trasmesso dalla pietà popolare e testimoniato dall’ex voto collocato oggi nella Chiesa di Santa Croce a Casarsa della Delizia? Il prodigio che allontanò i Turchi fu un benevolo intervento della Vergine o, in un sinistro ribaltamento di simboli e significati, fu invece provocato da una bestemmia alla Madre di Dio? Sì, perché in questa poche righe tratte dalla presentazione dell’opera, ad essere sacra è l’imprecazione alla divinità (“sacrosanta bestemmia”), a meritare l’uso della maiuscola, è la parola bestemmia quasi fosse un atto di culto. È la bestemmia ad essere “intonata” al posto degli inni sacri, ed è questa, e non la fede del popolo, a determinare infine il miracolo e a ricevere il “così sia” del ministro di culto.

A dire il vero, la presentazione riportata non pare corrispondere alla effettiva messa in scena e, proprio per questo, appare ancora più singolare. Ma dunque, Pier Paolo Pasolini può aver pensato a questo rovesciamento, quando scrisse “I Turcs tal Friul”? Il giovane poeta appone in uno dei manoscritti completi de “I Turcs tal Friul” (si tratta dell’esemplare A, conservato presso l’Archivio Contemporaneo A. Bonsanti del gabinetto Viesseux di Firenze vedasi “I Turcs tal Friul”, Macerata, 2019, pagg. 28-29) questa annotazione: “Ho scritto i Turchi dal 14-15 al 22 di maggio – il ventidue, giorno triste, appena pranzato. Mi sono sentito perduto come non mai, solo, alle Aguzze. Ho lavorato quattro ore e mezza e dal “Coro dei Turchi” scritto stamattina, ho finito il miracolo. A parte questo giorno, Maggio è stato un mese assai bello. Marzo, Aprile, Maggio, mesi beati; grande equilibrio, luce, perfezione nella conoscenza di me; (esistenza sempre al vertice di me stesso). Ringraziando il Signore Amen. 22 di maggio, sera, aspettando il rosario” (n.d.r. traduzione dall’originale in friulano nell’opera citata).

E se il Pasolini maturo non si dichiarava credente, pur con tutti i tormenti a cui sia accompagnava questa affermazione, egli si riconosceva comunque pienamente parte della civiltà e della tradizione cattolica. Così scriveva nel 1963 a Luciano Caruso della Pro Civitate Christiana: “Io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei termini comuni dell’umanità. Per questo dico «poesia»: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo”,

In un altro testo, “Li domeniis di un fantàt cristiàn” (le domeniche di un ragazzo cristiano), risalente pure al 1944, Pier Paolo Pasolini scrive: “Lì, sul portico, è scolpito in alto, / uno stemma con una ruota e con il dolce nome / “Colùs”, cose dei nostri morti. E dentro, / una Vergine con il bambino e quattro Santi / dipinta nel muro antico e fumoso […] I Turchi l’hanno vista, immensa e mesta, / proteggerci il paese con la tempesta” (ibidem, pag. 33, n.d.r. traduzione dall’originale in friulano). Dunque Pasolini conosceva e rispettava quell’episodio della pietà popolare e non ci sono elementi, anzi ce ne sono contrari, per affermare che ne I Turcs tal Friul abbia voluto compiere uno sfregio per quello che egli stesso qualificava come un miracolo. 

Ma il tema della bestemmia come è presente nell’opera teatrale di Pasolini? È presente certamente, evocata e non pronunciata dai protagonisti, e segna le contraddizioni che si evidenziano in un popolo che si trova improvvisamente a dover fare i conti con il saccheggio, la devastazione, e la morte imminente. Questa spaccatura trova il suo punto più forte nel rapporto tra i due fratelli, Pauli e Meni Colùs. Il primo e maggiore dei due si affida a Dio e apre l’opera con una intensa preghiera in cui gli affida il paese e tutta la semplicità della vita contadina; il secondo vede nella situazione di pericolo un tradimento da parte di Dio, disinteressato alle vicende umane e quindi degno di essere bestemmiato.

In controluce, affiorano poi altri temi. L’invasione e la devastazione dei Turchi, sono certamente un richiamo alla occupazione tedesca che seguì l’armistizio dell’8 settembre 1943, così come il diverso atteggiamento dei fratelli – il confidare in Dio e l’invocare il dovere di combattere – un’immagine per parlare di chi in quel ’44 dovette scegliere se far parte o meno della Resistenza. Proprio in questo rimando ai due fratelli c’è forse una nota strettamente autobiografica tra chi decise di partire per combattere con i partigiani, come il fratello minore del poeta, Guidalberto, e chi decise di rimanere, come Pier Paolo. La scena di Meni che ritorna morto dopo lo scontro con i Turchi, scritta nel ’44, si vena quindi anche di una nota tristemente “profetica”, dato che l’anno seguente Pierpaolo avrebbe pianto la morte del fratello, caduto vittima dell’eccidio di Porzûs.

Il dramma teatrale pone quindi il dilemma della reazione di fronte al dolore e al male, spesso incomprensibile e ritenuto ingiusto. Un male giunto rapidamente e a troncare la vita degli anziani, ma anche dei giovani ancora carichi di sogni e di prospettive per il futuro. Emergono così atteggiamenti diversi e se c’è chi, come Meni, trova giusto ribellarsi alla divinità e doveroso combattere, ci sono anche le voci di chi in paese rimane ancorato alla fede che lo ha guidato per tanto tempo. Nel tumulto del paese che attende da un momento all’altro la propria fine violenta, si alternano così la disperazione di chi vorrebbe scappare, il desiderio dei più giovani di lottare, l’affidamento dei Camerari alla Vergine: “In silenzio, io ti prego, Madonnina, Tu la più cara creatura del Signore. Nell’ora della mia morte ti prego… Ti prego, salvaci. Una promessa voglio fare se in salvo ci metterai, Voglio fare il voto solenne di innalzare per Te la più bella Chiesetta di tutti questi nostri paesi” (parole del camerario Zuan Colùs).

Non traspare dai dialoghi serrati presenti nell’opera un atteggiamento di censura o di disprezzo verso chi ha deciso di affidarsi a Dio, nonostante tutto. Il momento di massima tensione del dramma è certamente quello del grande dolore di Pauli che, pur avendo confidato in Dio, vede tornare il fratello morto, e pensa al dolore della anziana madre e alla loro fine ormai imminente per mano dei Turchi. È qui presente il grande paradosso generato dal dolore: Pauli che afferma di bestemmiare con l’ultimo fiato di un povero credente. Certamente viene spontaneo interrogarsi su questa insistenza nell’opera del tema della bestemmia e anche del singolare momento in cui si compie il prodigio, cioè nel momento in cui Pauli viene meno alla pietà che lo aveva fino ad allora contraddistinto. Ed è forse in questa strana coincidenza che emerge, più che lo sfregio alla fede, il dubbio dello stesso autore di fronte al male e all'imperscrutabilità della volontà divina. Infatti, proprio in quel momento si compie il miracolo, non prima, quindi senza aver evitato a Pauli la prova più grande, ossia la morte del fratello: la tempesta respinge i Turchi “negli occhi l’uragano getta tutta la polvere dei campi, dei nostri campi cristiani” – afferma uno dei paesani e il Prete riconosce l’intervento soprannaturale: “Ecco della nostra beata Vergine la voce, gente mia, ecco il miracolo”. L’opera sembra quindi porci di fronte al dilemma del dolore ed in particolare alla risposta che il credente è chiamato a darvi.

Una possibile risposta è sulla bocca una anziana, Anuta Perlina, all’inizio dell’opera: “Ma di questo almeno sono certa: quello che prima non capivo del Signore, adesso lo capisco: anche il più grande mistero, anche le cose più nascoste, anche la morte; la morte di mio figlio giovinetto, nel fiore della vita, senza un perché”.

O forse è davvero una domanda alla quale non si può pretendere di dare una risposta razionale, ma solo di affidamento, come dice il Prete con la frase che conclude l’opera: “All’ombra stringiamoci, cristiani, delle nostre case. Qui. Senza mai nulla domandarci, noi che nulla siamo, deposti nel grembo del Signore. Amen”.

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