Il fuoco dell'ira alimenta il vizio della bestemmia

MAGISTERO E VITA DEI SANTI

4/7/20264 min read

Avere un diavolo per capello è uno dei tanti modi di dire con cui gli Italiani definiscono la collera, sentimento che, anche come si evince da questo motto, è legato alla tentazione e al ruolo del Maligno, il quale spesso prende possesso non solo della chioma del malcapitato ma delle sue mani e della sua lingua.

Sì, perché in preda all'ira è possibile compiere molte azioni sbagliate: omicidi, violenze fisiche e verbali, tra le quali si annovera sicuramente anche la bestemmia.

Di frequente, infatti, i peccati sono legati e combattere una nostra fragilità permette di contrastare altre cattive abitudini che ad essa sono intimamente connesse.

Pensiamo all’uso di calunniare il prossimo e a come questa pratica porti di sovente l’individuo a mentire e ad assumere atteggiamenti ipocriti. In tale caso, non è possibile guarire dall’ipocrisia senza fare i conti con la propria tendenza a criticare chi ci è accanto.

Anche l’ira non sfugge a questa regola spirituale ed è proprio per questo che tanti santi hanno riflettuto su questo vizio, inserito giustamente tra i sette peccati capitali.

Il Santo curato d'Ars, in una delle sue omelie, distingue immediatamente l’ira peccaminosa da quella santa, portando alcuni esempi biblici e pratici di giusta collera: “Tale deve essere la collera d’un pastore, cui sta a cuore la salute dei suoi parrocchiani e la gloria di Dio. Se un pastore resta muto vedendo Dio oltraggiato e le anime perdersi, guai a lui!”

Dà poi una definizione del vizio descrivendolo come un moto violento, impetuoso dell’anima, che rigetta con veemenza ciò che le dispiace”.

Per descrivere l’effetto che la rabbia ha sull’anima, san Giovanni Maria Vianney usa una similitudine tratta da Isaia, paragonando il cielo a Dio e il mare all’uomo. Quando le acque sono calme il mare rispecchia perfettamente l’immagine del cielo; invece, quando la tempesta agita il mare ciò non accade. Allo stesso modo, l’anima dell’uomo riflette l’immagine di Dio quando è calma ma se è in preda all’ira essa non è più in grado di rispecchiare il suo creatore. Conclude questa bellissima analogia, affermando che l’uomo adirato “diventa l’immagine del demonio” e “ne ripete le bestemmie, ne riproduce il furore”. Infine, si domanda: “Quali sono le espressioni del demonio?”. La risposta è lapidaria: “Maledizioni e bestemmie orribili”.

Il santo poi ricorda che, come tutti i peccati, l’ira danneggia innanzitutto chi la prova e le dà libero sfogo. A sostegno di questa tesi, san Giovanni Maria Vianney riporta il caso estremo dell’imperatore Valentiniano I morto nel 375 in seguito a un attacco d’ira, causato dalle parole degli ambasciatori dei Quadi, una popolazione barbarica (il fatto è raccontato da Ammiano Marcellino).

In seguito, sottolinea le difficoltà di chi vive accanto ad un iracondo: “Che triste compagnia è quella di una persona che va soggetta alla collera”. Immagina la vita di una moglie, costretta a lamentarsi e a piangere in segreto, ogni qualvolta fosse amareggiata per il comportamento del marito. Infatti, com’è possibile aprirsi con un uomo soggetto all’ira, senza che questi finisca per degenerare in insulti a Dio e alla moglie stessa?

Inoltre, il santo curato d’Ars si sofferma sull’abitudine di giurare. Spesso, infatti, l’iracondo cerca di rafforzare le proprie affermazioni con giuramenti, nonostante la Parola di Dio sia chiarissima nel condannare tale pratica: “Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno. (Mt 5,34-37).

Il santo patrono dei parroci ricorda a proposito la legislazione di San Luigi IX di Francia che nel Duecento puniva severamente non solo le espressioni blasfeme ma anche i giuramenti, abitudine che per noi moderni appare innocua ma che nasconde invece un animo torbido e insincero e una scarsa considerazione del nome del Creatore, chiamato a testimone della propria parola.


Insomma, è chiaro che l’ira è un’inclinazione destinata a trascinare l’individuo in altri peccati. Chiunque riconosca di avere questa fragilità dovrebbe tentare di costruire argini capaci di contenere o indirizzare tale passione.

A riguardo, Gary Chapman, consulente familiare con esperienza trentennale, autore del best-seller I cinque linguaggi dell’amore, propone alcuni passi fondamentali per gestire la propria collera che ci pare utile condividere come sintesi di questa riflessione (G. Chapman, L’ira. Come controllare, gestire, trasformare l’altra faccia dell’amore, Elledici, 2009).


1. Riconoscete di essere adirati: in questo modo diventerete consapevoli del sentimento che provate e potrete prevenire alcune reazioni.

2. Controllate la reazione che sta per nascere: spesso l’ira spinge a dire e a fare cose di cui in seguito ci si pentirà oppure porta al mutismo.

3. Individuate il motivo che ha suscitato la rabbia e stabilite la gravità dell’offesa subita: vi accorgerete che spesso la causa è di minima importanza.

4. Analizzate le scelte che vi si prospettano: la vostra reazione porterà alla soluzione del problema? Favorirà il recupero del rapporto interpersonale?

5. Intraprendete un’azione costruttiva: presentate a Dio la vostra frustrazione oppure cercate di parlare con la persona, dopo aver recuperato un po’ di calma e aprendovi all’ascolto dell’altro.


Un sesto consiglio ci giunge dalla sapienza degli antichi: Ignem gladio ne fodias, non attizzare il fuoco con la spada. Così recita un proverbio latino, dipinto sul camino della camera affrescata da Correggio nel Cinquecento, per volontà della badessa del monastero di San Paolo a Parma.

Per la vita comunitaria delle monache era certamente utile saper dominare la propria collera. Allo stesso modo, per noi che, come cristiani siamo chiamati a costruire relazioni fraterne, è importante non alimentare la rabbia, aggiungendo offese e bestemmie. Non lasciamo, dunque, che sia il fuoco dell’ira a guidare le nostre scelte e le nostre parole. Deponiamo la spada ai piedi di Gesù, per chiedere a Lui la sua umiltà, la sua mitezza e il rispetto per il nome santo di Dio.