La bestemmia nella Divina Commedia: linguaggio dei dannati e colpa da espiare
LETTERATURA
1/5/20264 min read


“L’avversione per la bontà divina è condizione necessaria della bestemmia. Ora, coloro che sono all'inferno conservano la loro volontà malvagia, che è distolta dalla giustizia di Dio, poiché amano le cose per cui sono puniti (…). Si pentono dei peccati che hanno commesso, non perché li odiano, ma perché sono puniti per essi. Perciò questa avversione per la giustizia divina è, in loro, la bestemmia interiore del cuore: ed è credibile che dopo la risurrezione bestemmieranno Dio con la lingua, così come i santi lo loderanno con le loro voci.”
Così nella Summa Theologica, San Tommaso d’Aquino spiega il rapporto tra peccato, bestemmia e dannazione. San Tommaso sottolinea come le espressioni blasfeme siano ragionevolmente il linguaggio che caratterizza l’Inferno, in quanto hanno origine dall’avversione per Dio e la sua giustizia.
Questa riflessione del celebre dottore della Chiesa, teologo di riferimento di Dante Alighieri, prende forma proprio nei versi della Divina Commedia. È nel canto III dell’Inferno che incontriamo la prima schiera di dannati che “bestemmiavano Dio e lor parenti,/l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme/di lor semenza e di lor nascimenti”.
Le anime malvagie si stanno radunando sulla riva dell’Acheronte per attraversare le livide acque del fiume infernale accompagnati dalla barca del demone Caronte, obbediente esecutore della giustizia divina.
Per spiegare le parole di odio dei dannati, può essere utile ricordare la sintesi perfetta che Gesù fa delle legge cristiana: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” e “amerai il prossimo tuo come te stesso”. È chiaro, quindi, che il peccato consiste in una mancanza di amore verso Dio, verso gli altri e verso se stessi. Proprio per tale ragione, nel canto appena citato, le anime offendono Dio (odio verso il Creatore), i loro genitori e la specie umana (odio verso il prossimo) e, in un certo senso, se stessi (il luogo e il tempo della loro nascita).
Non meno interessante è il passo tratto dal celeberrimo canto V dedicato ai lussuriosi che, vittime dei propri istinti in terra, vengono travolti da un’incessante bufera nella vita eterna. Il vento impetuoso li conduce davanti a una “ruina”, dinanzi alla quale i dannati reagiscono con “strida” e “lamento” e contro cui “bestemmian (...) la virtù divina”, cioè la potenza di Dio.
Sulla “ruina” o rovina l’interpretazione dei critici non è univoca. Una delle ipotesi è che la rovina sia stata determinata dal terremoto scatenatosi nell’ora in cui Gesù morì: “Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono”(Mt 27,51). Perché quindi bestemmiare il potere di Dio proprio di fronte a questa rovina? Probabilmente perché la redenzione è la manifestazione più gloriosa della grandezza di Dio che, fattosi uomo, ha salvato l’umanità e perché a questa possibilità di redenzione i dannati hanno opposto il loro rifiuto, condannando se stessi all’infelicità eterna.
Del resto, le anime dell’Inferno detestano Dio, sia nel suo volto di padre misericordioso che nella veste di giusto giudice.
Come è noto, nella Divina Commedia, la bestemmia non appare solo come linguaggio dei dannati ma, a certe condizioni, anche come peccato mortale che determina la dannazione. È nel VII cerchio, dedicato ai violenti, che i bestemmiatori patiscono la loro pena del contrappasso: giacciono supini sotto una pioggia di fuoco, con lo sguardo rivolto verso l’alto, verso quel Dio che hanno sfidato e contro il quale hanno esercitato la loro violenza. Tra di loro, nel canto XIV, spicca Capaneo, uno dei sette re che, secondo la versione di Stazio, assediò Tebe e venne fulminato da Giove per averlo provocato con parole empie (aveva infatti irriso la sua impotenza di fronte all’assedio di Tebe, città protetta dagli dei). Il tratto che rende indimenticabile la figura di Capaneo è la sua estrema arroganza, manifestata in vita con la scellerata sfida alla divinità e in morte con l’atteggiamento e le parole tracotanti rivolte a Dante e Virgilio.
Certo, la superbia caratterizza diversi personaggi della Divina Commedia: ad esempio le parole di Farinata degli Uberti, Pier delle Vigne, Ulisse appaiono sotto alcuni aspetti presuntuose. Non meraviglia il fatto che l’arroganza sia un tratto distintivo di diversi dannati dell’Inferno considerando che essa è alla base della ribellione di Satana e di quella di Adamo ed Eva. È in un certo senso il peccato originale e il pervertimento del retto amore per se stessi: per superbia i primi due uomini mangiarono il frutto proibito perché mediante esso sarebbero divenuti come Dio; per superbia disobbedirono a Dio, convinti di conoscere più di Lui quale fosse la scelta più giusta da compiere.
È interessante notare come Beatrice, nel paradiso terrestre al termine del Purgatorio, commenti il primo peccato: “Qualunque ruba quella o quella schianta,/con bestemmia di fatto offende a Dio”, chiunque defraudi o danneggi quella pianta, cioè l’albero della conoscenza del bene e del male, offende Dio con un atto sacrilego.
Emerge quindi con chiarezza il legame tra bestemmia, come atto sacrilego, e superbia. Infatti, Capaneo, bestemmiatore, manifesta l’arroganza in maniera speciale: “Qual io fui vivo, tal sono morto”. In questo modo si presenta a Dante, sottolineando che la pena inflittagli da Dio non lo ha schiacciato né indotto al cambiamento. Continua con un’aperta sfida al Creatore dicendo che in nessun modo Giove potrebbe avere “vendetta allegra”, cioè una vendetta pienamente soddisfacente della sua azione empia. Virgilio, come spesso accade, ha la battuta pronta e risponde: “O Capaneo, in ciò che non s’ammorza/la tua superbia, se’ tu più punito”. Insomma, la punizione di Capaneo sta proprio in questa inguaribile superbia che non gli permette di ammettere l’evidenza: la sua sconfitta e la potenza di Dio.
Sotto la pioggia di fuoco che lo martirizza la sua tracotanza appare ridicola, come quella di una formica che volesse rivendicare la propria forza sotto il piede che la potrebbe schiacciare. È la stessa insensatezza dell’uomo di oggi che, convinto di essere pienamente padrone del proprio destino, si illude di scalfire la gloria e la potenza di Dio, creatore dell’universo, con una vile espressione blasfema.
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