Maledizione o benedizione sulla bocca. Riflessioni a 50 anni dal Terremoto in Friuli
ATTUALITÀ
5/13/20264 min read


Appena pochi giorni fa, il 6 maggio, sono trascorsi 50 anni dal terremoto del Friuli, da quel 6 maggio 1976 quando uno dei fenomeni sismici più forti in Italia nel XX secolo produsse morte e devastazione nella regione posta al confine orientale. In alcuni rimane il ricordo diretto di cosa rappresentò quella tragedia, in altri vi sono tracce sfumate dalla tenera età di allora o dal fatto di essere stati lontani dall’epicentro; in una parte c’è solo il racconto che familiari e conoscenti hanno fatto loro di quei gravi momenti.
Sui muri di Gemona, una delle città più duramente colpite, qualcuno scrisse una frase, provocatoria ma che esprime anche una delle domande ricorrenti nell’uomo: “Dov’era il vostro Dio, la notte del 6 maggio?”
È una domanda, quella della ragione del male, della sua ingiustizia, della sua responsabilità, che agita spesso l’interiorità dell’uomo.
E il male, la notte del 6 maggio, assunse una forma davvero spaventosa.
Il termine usato per ricordare quell’evento in Friuli, Orcolât – letteralmente orcaccio in lingua friulana – esprime bene il volto orrido e terrificante che assume il male.
Di fronte a una tale devastazione, così come di fronte al dolore che da essa promana – specie quando l’evento non ha un responsabile umano - si pone sempre una scelta: maledire Dio o imputargli.
l’assenza dalle umane vicende, o benedirlo anche nella fatica e provare a raccogliere quel che di bene c’è anche in quel dolore inspiegabile.
La storia del terremoto in Friuli, ci può dare tanti insegnamenti. Da quella grave ferita, sbocciarono tutta una serie di frutti di bene. Anzitutto la solidarietà di un Paese intero per chi era stato colpito così duramente, che mise da parte contese e campanilismi, così come reciproche diffidenze e incomprensioni.
E in questo farsi prossimo al fratello provato nacquero altri prodigi. Daniele Contessi, che a Gemona aveva 13 anni, racconta il contatto con i volontari di Comunione e Liberazione giunti in Friuli e di come attraverso i momenti assieme e la preghiera maturò in lui la fede, non come qualcosa di teorico da imparare, ma come esperienza vissuta assieme (qui).
Dall’altro lato, anche per i volontari accorsi fu toccante vedere una popolazione resistere ad un dolore così grande e trovare da subito il coraggio per ripartire.
Quel popolo lo aveva fatto, forse senza tante parole, come è costume per i friulani, assecondando l’appello di Papa Paolo VI nel Regina Coeli del 9 maggio 1976: “Oh! Noi non vogliamo dire di più davanti ai lutti e alle rovine dalle dimensioni tragiche, che sembrano superare ogni misura e rifiutare ogni conforto. Ma una parola non possiamo tacere per i cuori forti, per gli animi buoni: niente disperazione! Niente cecità del fato! La nostra incapacità a dare una spiegazione, che rientri negli schemi abituali della nostra breve e miope logica, non annulla la nostra superiore fiducia nella misteriosa, ma sempre provvida e paterna presenza della bontà divina, che sa risolvere a nostro vantaggio anche le più gravi e incomprensibili sciagure” (qui).
La fede non fu quindi seppellita sotto le macerie.
Lo scriveva già Padre David Maria Turoldo. Un giovane sterratore, avendo trovato “mille lire” tra i ruderi e avendolo visto nella sua abituale tonaca da prete, gli aveva chiesto di celebrare una messa per quelle “rovine”.
Da dove ricominciare dunque per chi è stato messo in ginocchio dagli eventi? Così rispondeva Padre Turoldo: “Non dalle chiese (nel senso materiale della parola) e neppure dalle case. Ma sempre dalla fede, da una fede! Così il Friuli, terremoto permettendo (un misterioso, indecifrabile, maledetto flagello!) ricomincerà. Anzi, pensa già di ricominciare”.
Allora, fa da contraltare alla scritta con la quale abbiamo aperto la nostra riflessione, un’altra apparsa su un muro di quella martoriata terra: “Il Friuli ringrazia e non dimentica”.
Un segno della commozione che il tanto bene ricevuto aveva prodotto nei cuori del popolo friulano.
Ma non solo. Anche in chi visse, da volontario, quell’esperienza di donazione è rimasta traccia di un frutto di grande valore da conservare, così che la memoria di questo cinquantesimo anniversario non è stata celebrata solo in Friuli ma anche in tante altre parti di Italia (vedasi, ad esempio, il ricordo della Chiesa di Milano (qui).
Le parole del Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Cei, che ha celebrato la Santa Messa a Gemona domenica 3 maggio, ci aiutano allora a tirare le fila di questa riflessione.
Egli ha ricordato alcune delle testimonianze di straziante dolore per la perdita dei propri cari ma ha anche ricordato le parole di Gesù: “Non sia turbato il vostro cuore.. abbiate fede”.
Chi pronuncia quelle parole, ha ricordato il Cardinale, non è un uomo che sta bene e catechizza chi stia male, ma è chi sta andando incontro alla morte.
Dov’era il vostro Dio la notte del 6 maggio?
L’Arcivescovo di Bologna ci ricorda che “Gesù va a prepararci un posto: come chi ama, vuole che l’amato sia assieme a lui. È per questo che lui è venuto dove siamo noi ed era qui in quella notte tragica. Ha attraversato anche lui il buio angosciante della sofferenza, della morte. Sappiamo che lui ci accompagna, non siamo soli, Gesù piange con noi!.. “Cristo era “là sotto” (le macerie) con loro sino alla fine” (qui il testo integrale dell’omelia).
E allora, per chi non ha vissuto un dolore così grande, ma che ha la tentazione di reagire ai piccoli e grandi urti della vita con una bestemmia o una maledizione a Dio, la lezione del terremoto può tornare utile.
Ogni piccolo e grande dolore ci permettere di scegliere se reagire con altro male o se volgerci alla Provvidenza perché possa produrre del bene.
Per chiudere, uno spunto ce lo dà un personaggio che ci ha lasciato in questi giorni, Alex Zanardi, simbolo di chi ha reagito con il sorriso e l’impegno a quanto le avversità della vita gli avevano portato via.
Lo ha raccontato Don Marco Pozza nell’omelia funebre. A due detenuti che aveva incontrato, pentiti dei gesti che li avevano condotti in carcere, ha suggerito: “Vedete, ragazzi – disse - certe volte bastano cinque secondi in più per fare la differenza. È un esercizio che non sempre ci riesce (me lo confermate), ma quei cinque secondi sono fondamentali. Sono dappertutto questi cinque secondi: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. È l'idea di provare a vedere se si può fare qualcosa d'altro rispetto a quello che stai per fare”.
Se dalla tua bocca sta per emergere una bestemmia, una maledizione, attendi quei cinque secondi e forse, sulle tue labbra e nel tuo cuore, potrà germogliare del bene che non ti aspettavi
Rispetta il nome di Dio
Combatti la bestemmia insieme a noi!
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