Nelle pagine de "I miserabili", l’immagine dell’amore di Dio per ogni uomo
LETTERATURA
7/6/20266 min read


Chi bestemmia non ha conosciuto l’amore di Dio. È evidente. Chi derideva Gesù sulla croce aveva forse afferrato la portata di quell’amore divino, capace di scegliere il martirio infamante della croce come via per rivelarsi all’umanità? No, non lo avevano capito e per questo aggiungevano alle sofferenze fisiche della condanna a morte quelle dello scherno e dell’irrisione.
Pertanto, pensando ai nostri fratelli bestemmiatori (e probabilmente anche a noi stessi che ancora non abbiamo compreso fino in fondo questa verità), non possiamo non soffermarci a meditare sull’amore di Dio, pilastro della nostra fede. Pilastro, perché tutta la nostra vita di credenti è una risposta a Chi ci ha amati per primo, nonostante il nostro peccato.
Tra le pagine più memorabili de I miserabili, opera eccelsa della maturità di Victor Hugo, ci sono sicuramente quelle dedicate al vescovo di Digne, Charles François Bienvenu Myriel.
È lo stesso autore a farci comprendere la peculiarità del personaggio, presentandocelo in profondità nell’incipit del romanzo e deludendo in un certo senso le aspettative del lettore, interessato a conoscere uno dei tanti “miserabili”che popolano la Francia della Restaurazione.
Del resto, non è raro che uno scrittore decida di dedicare le prime pagine a un personaggio minore, dilazionando l’ingresso in scena del protagonista (pensiamo ad Anna Karenina di Tolstoj che si apre con uno spaccato sulla famiglia Oblonskij, il fratello di Anna).
Se apparentemente sembra che anche Hugo scelga questo espediente per creare suspense e differire la presentazione di Jean Valjean, a una lettura attenta del romanzo si comprende che il vescovo Myriel può essere considerato uno dei personaggi principali, l’aiutante per eccellenza, secondo gli schemi della narratologia, e colui che mette in moto tutta la vicenda. Certo, perché sarà proprio la bontà disarmante del vescovo a generare in Valjean il desiderio di cambiare e di iniziare quel processo di conversione che si concluderà con l’offerta della propria vita per il bene di Cosette e di suo marito Marius.
Hugo ci presenta Myriel come un uomo dalla fede profonda e radicale, che assomiglia e ricorda i tratti dell’amore gratuito di Dio: un amore che accoglie, che dona senza aspettarsi nulla, che sa aspettare, che si fida, che perdona. Insomma, nella vita del vescovo sembra materializzarsi lo splendido inno alla carità di San Paolo: “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13, 4-7).
Myriel è un uomo umile, che decide di donare il palazzo vescovile all’ospedale per i poveri e di abitare in una dimora spoglia; veste semplicemente e vive dell’essenziale, dona gran parte del suo denaro a poveri e malati, si interessa delle pecorelle della sua diocesi raggiungendo in visita pastorale anche i paesini montani più sperduti. Ha a cuore la conversione delle persone e per questo trascorre con un condannato a morte l’ultima notte prima dell’esecuzione. Invita i fedeli a gareggiare nello stimarsi a vicenda e nel fare il bene; ha compassione per le debolezze degli uomini e delle donne del suo tempo (come la vanità per la ricchezza e i titoli nobiliari) ma li richiama a cercare ciò che conta.
È intelligente e ha anche uno spiccato senso dell’umorismo. Il narratore racconta dello stupore del sindaco di Senez che, dando il benvenuto a Myriel, si accorge che l’alto prelato è giunto al paese a dorso di un asino. Di fronte alla ragionevole sorpresa, il vescovo risponde: “Vedo che cosa vi scandalizza. Voi state pensando che è soverchio orgoglio, per un povero prete, montare quella cavalcatura che fu già di Gesù Cristo”.
È proprio nella modesta dimora del vescovo che giunge Valjean, arrestato una ventina d’anni prima per il furto di una pagnotta e uscito dal carcere incattivito, a causa della spropositata pena inflittagli. Quella sera del 1815, nessuno a Digne aveva voluto ospitarlo, per il pregiudizio che gravava su di lui. Una donna gli aveva suggerito di rivolgersi all’unico che in quella cittadina avrebbe potuto e voluto aiutarlo.
Ad alcuni la storia è nota. Il vescovo lo accoglie con benevolenza senza fargli alcuna domanda: gli offre la cena e un letto per dormire, di fronte allo sguardo spaventato di sua sorella e della sua domestica. Vede in lui un figlio di Dio e non un criminale. Eppure, nonostante questo amore incondizionato, Valjean decide di ripagarlo con un furto: ruba, infatti, le posate d’argento, unico status symbol a cui in qualche modo Myriel era legato e con le quali era solito consumare i propri pasti.
Sulla via della fuga, l’ex galeotto però viene arrestato e riportato dal vescovo dai gendarmi, assieme all’argenteria trafugata. Ed è qui che Victor Hugo sorprende il lettore con la santità del suo personaggio. Myriel crede ancora che Valjean possa convertirsi, che ci sia ancora una possibilità per lui; forse ha intravisto in lui una piccola luce e non vuole che una nuova detenzione possa soffocare quanto di bene sta per nascere. Così, con estrema prontezza di spirito, si rivolge a Valjean di fronte ai gendarmi: “Ma come? V'avevo regalato anche i candelieri che sono d'argento come il resto e dai quali potrete ben ricavare duecento franchi; perché non li avete portati con voi, insieme alle vostre posate?”
Possibile? Non recrimina sull’ingratitudine del delinquente? Non gli rinfaccia la generosità con cui ha prestato soccorso a lui, rifiutato da tutti? Myriel ricorda straordinariamente il padre misericordioso del figliol prodigo. In lui, come nel padre nella nota parabola, non c’è rabbia, non c’è sdegno per l’amore sprecato ma solo desiderio che il figlio possa sentirsi amato e possa decidersi per il bene.
“Jean Valjean alzò gli occhi e fissò il venerabile vescovo con un'espressione che nessuna lingua umana potrebbe esprimere.” Lo stesso sconcerto del figliol prodigo che aveva preparato un discorso di scuse dopo le proprie malefatte e che riceve l’abbraccio commosso del padre. Qui però è ancora peggio: Valjean non è tornato spontaneamente dal vescovo ma vi è stato ricondotto in arresto, non ha alcuna parola di scusa da rivolgere al suo generoso ospite.
Infine, per suggellare questo estremo gesto di misericordia, Myriel lo esorta sottovoce alla vita nuova: “Non dimenticate, non dimenticate mai che m'avete promesso di impiegare questo denaro per diventare un uomo onesto.”
Una piccola bugia (bianca, la definiremmo) perché Valjean non lo ha mai promesso apertamente al vescovo ma forse questo proposito, nascosto nel suo cuore, è stato percepito dal sant’uomo. Quanti santi nella storia sono stati in grado di leggere i sentimenti e i pensieri del prossimo? Myriel a quanto pare ha questo dono perché dà voce al desiderio inespresso di Valjean.
Saranno questo gesto e questo illuminato invito a convincere l’ex galeotto a cambiare vita. Non immediatamente perché prima, allontanandosi da Digne, ruberà una moneta a Gervasino, un ragazzino savoiardo. Il diavolo lotta sino alla fine per mantenere il dominio sulle anime che sono state sue.
Dopo l’ultimo atto di cattiveria gratuita, Valjean rientrerà in se stesso, piangerà a lungo e ripenserà al vescovo, alle sue parole e al suo amore, specchio di quello del Padre. Da quel momento in poi, il vescovo e, simbolicamente, i suoi candelabri veglieranno sul suo cammino, richiamandolo alla voce della coscienza in tutti i momenti di crisi e di tentazione.
In questa vicenda sembra di cogliere qualche consonanza con un altro famosissimo vescovo della letteratura: il cardinal Federigo Borromeo che accoglie le lacrime dell’Innominato, gravato dal peso di innumerevoli delitti e profondamente in crisi in seguito all’incontro provvidenziale con Lucia. Non è noto quali siano stati i reali rapporti tra Hugo e Manzoni, la cui opera precede di 22 anni quella dello scrittore francese. È certo, però, che Myriel e Federigo si assomigliano per questa straordinaria capacità di farsi prossimi a chi ha smarrito la strada, senza se e senza ma, senza il timore di compromettersi o di concedere troppa fiducia.
La forza dei classici della letteratura sta proprio in questo: nella capacità di parlare a generazioni diverse, in epoche differenti. A noi la storia di Valjean dice che Dio ci ama, nonostante spesso noi rifiutiamo il suo amore e lo ripaghiamo con l’ingratitudine, come quei nove lebbrosi che, guariti, decidono di non tornare indietro per dire grazie a Gesù.
Lui ci attende, attende anche chi lo bestemmia, chi assomiglia a Valjean che risponde col furto alla misericordia di Myriel. Dio continua a sperare che chi lo combatte e lo offende possa finalmente accorgersi della sua tenerezza di Padre.
Preghiamo perché quanti rifiutano e irridono Dio possano incontrarlo sulla loro personale via per Damasco, proprio come l’indimenticabile eroe de I Miserabili.
Rispetta il nome di Dio
Combatti la bestemmia insieme a noi!
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