#Obiezione 4: Ci sono cose più importanti (a dialogo con un credente).
PAROLA DI DIO E SPIRITUALITÀ
6/29/20264 min read


Qualche tempo fa abbiamo trattato della obiezione che il nostro interlocutore potrebbe porci qualora sollevassimo con lui la necessità di evitare e di combattere il linguaggio blasfemo.
“Ci sono cose più importanti” è uno di quegli “atout” che funzionano sempre come replica.
Nella puntata 3, delle nostre obiezioni, abbiamo immaginato che il nostro interlocutore fosse un non credente.
Potrà invece capitare di ricevere una risposta simile – e purtroppo molto più frequentemente di quanto sarebbe lecito immaginarsi – anche da parte di un credente e non solo da chi si professa tale, ma diserta le assemblee liturgiche, salvo Pasqua e Natale (insomma con l’ossimorico “cattolico non praticante”).
Vediamo allora cosa sta dietro questa obiezione e alcune considerazioni per disinnescarla.
Innanzitutto si potrebbe osservare che ipotizzare questioni più importanti dell’onorare Dio, vada molto banalmente contro la gerarchia dei comandamenti.
Gesù lo disse chiaramente rispondendo allo scriba che lo interrogava su quale fosse il primo comandamento: “Gesù rispose: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc 12,29-30).
Come si possa conciliare questa frase del Vangelo con il derubricare a questione secondaria le offese al nome di Dio, ai simboli della fede e il dileggio di quanto insegnato da Gesù, è quindi incomprensibile.
Del resto, lo scriba che aveva interrogato Gesù aveva mostrato di capire come una religiosità formale, attenta ai riti, ma che avesse perso il cuore della fede (amare Dio e i fratelli) fosse ben poca cosa: “Lo scriba gli disse: "Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (Mc 12, 32-33).
C’è un’ulteriore considerazione che si può svolgere e riguarda proprio le opere che si affermano essere più importanti.
Il nostro interlocutore potrà affermare che è più urgente e necessario dedicarsi alle opere di carità, alla cura della casa comune, alle ingiustizie sociali, alla fame nel mondo e a sostenere chi ha perso il lavoro.
Tutte queste cose sono certamente necessarie, e costituiscono infatti l’altra faccia dell’amore per Dio.
Tuttavia, come ricordava Papa Francesco, la Chiesa non è una Ong – una organizzazione non governativa – dedita solo a opere materiali, magari meritorie, ma ha il compito indefettibile e irrinunciabile di annunciare il Vangelo.
Proprio Papa Francesco ricordava: “Una delle domande che io facevo sempre ai sacerdoti, anche bravi, a tutti, era: tu, alla sera, come vai a letto? E loro non capivano: “Ma cosa mi domanda?” – “Sì, sì! Come vai a riposarti? Cosa fai?” – “Oh sì, torno stanco. Prendo due bocconi e poi me ne vado a letto… Guardo la televisione… Mi riposo un po’…” - “Ah, bello. Ma tu non saluti ‘Quello’ che ti ha inviato alla gente? Almeno passare un attimino dal Tabernacolo” (discorso del Santo Padre Francesco alla Comunità del Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI 10.12.2016).
Pertanto, onorare, adorare Dio, non è un accessorio ma è ciò che rende possibile poi amare i fratelli.
Lo ha insegnato, ad esempio, Madre Teresa di Calcutta che cominciava la giornata con l’adorazione eucaristica e chiedeva alle consorelle di fare altrettanto.
Solo così avrebbero trovato la forza per svolgere il loro ministero tra sofferenti e moribondi.
Quindi, pensare che ci siano cose più importanti dell’adorare e onorare Dio, non solo è sbagliato ma porta anche a fallire o a non fare con la giusta intenzione proprio quelle attività ritenute prioritarie, perché le priva della necessaria linfa vitale.
Poi c’è un tema di coerenza, che dovrebbe subito balzare agli occhi.
Infatti, se ci dedichiamo alle opere di carità da cristiani, lo dovremmo fare perché abbiamo sperimentato l’amore di Dio, che ha tanto amato gli uomini da dare Suo figlio per la nostra salvezza.
Ma se davvero quando ci impegniamo in queste opere meritorie, abbiamo nel cuore la figura di Gesù, morto in croce per noi, come possiamo tollerare o giudicare secondario che il nome di Dio venga oltraggiato?
C’è il rischio, insomma, che risuonino vere le parole che Francesco Guccini mette in bocca al cinico Cyrano de Bergerac: “Se c'è, come voi dite, un Dio nell'infinito, guardatevi nel cuore, l'avete già tradito”.
In buona sostanza, il non credente potrebbe pensare che l’operatore cristiano sia tale solo di facciata, se non si cura della reverenza verso Colui che dovrebbe orientare la sua vita.
Potrebbe tornare utile, per chi obietta che ci siano cose più importanti, la domanda che il Signor Z. rivolge al Principe in uno dei “Tre Dialoghi” di Vladimir Solov’ëv: “Cristo non solo ha predicato, ma sino alla fine ha messo in pratica l’esigenza di questo bene, sottomettendosi senza opposizione a una pena tormentosa. Cristo, secondo lei è morto senza poi risorgere. Benissimo. Seguendo il Suo esempio moltissimi Suoi seguaci hanno sofferto la stessa pena. Magnifico. E tutto questo a che cosa è servito secondo lei?”.
Il Principe, nell’opera dell’autore russo è in sostanza un seguace del dio di questo mondo, un cultore del cristianesimo senza Cristo, delle opere senza la fede.
Può sembrare un paradosso e quanto di più lontano dall’esperienza di noi cristiani.
Eppure, quando un credente fa spallucce rispetto al tema del rispetto e della riverenza che si deve a Dio, dovrebbe probabilmente interrogarsi su chi è il Dio in cui dichiara di credere e se ha in mente l’orizzonte della vita eterna.
Non sarà che il professarsi cristiano è una delle tante appartenenze che vogliamo o dobbiamo dichiarare, per consuetudine o per imposizione sociale (sono elettore del tal partito, sono tifoso della tal squadra, ecc..)? Non c’è il rischio che, una volta riposta la corrispondente “divisa”, nulla rimanga nel nostro cuore?
Ce lo ricorda Sant’Ambrogio “se Dio fosse nato anche mille volte a Betlemme, ma non nasce in te, allora è nato invano”.
Ripartiamo dunque dal nostro cuore, che è il luogo in cui Dio vuole incontrarci, e allora scopriremo che non ci verrà più da obiettare: “Ci sono cose più importanti”.
Rispetta il nome di Dio
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