Targa antiblasfema in un piccolo paese in provincia di Udine
STORIA
3/2/20264 min read


Flambro, un piccolo paese in provincia di Udine, frazione del Comune di Talmassons che attualmente conta poco meno di 4000 abitanti. È uno dei tanti minuscoli centri del Friuli che, nonostante le sue modeste dimensioni, rivela alcuni motivi di interesse. Innanzitutto, presso Flambro, nasce il fiume Stella, uno dei principali fiumi di risorgiva che sfocia, infine, nella Laguna di Marano. In secondo luogo, il nome della pieve di Flambro (Plebs Flambri) ha una lunga storia e compare la prima volta in un documento del 1126. Un ruolo importante quello della chiesa di Flambro: era una “pieve matrice”, il cui sacerdote aveva diversi poteri. Riscuoteva il quartese, cioè la quarta parte della decima spettante al Patriarca di Aquileia, ed esercitava il controllo dei sacramenti che amministrava in prima persona o che poteva delegare ai cappellani e vicari delle altre chiese vicine.
La terza peculiarità di questo paese, però, risiede in una singolare iniziativa le cui testimonianze sono ancora oggi visibili, in particolare nella piazza del piccolo abitato. È lì, proprio nel centro del paese, dove le quattro strade principali si incontrano, che sul muro di una casa antica, campeggia una targa: La persona educata non bestemmia/a Dio la lode.
Non può non stupire il coraggio di queste parole che sono, nel medesimo tempo, sentenza e ammonimento per una terra in cui di sovente si bestemmia e preghiera rivolta a Dio.
Proprio la curiosità suscitata da tale iniziativa ci ha spinto ad interrogare uno storico locale, Mario Salvalaggio, che presiede l’associazione naturalistica “La Marculine”, un’organizzazione di volontariato attiva dal 1969, nata dall’impegno di un gruppo di appassionati naturalisti della Bassa Friulana.
Grintoso nonostante la venerabile età e appassionato della storia del suo paese, non esita ad accogliere con disponibilità la nostra richiesta. Grazie a lui abbiamo potuto consultare la cronaca dei fatti che hanno caratterizzato la vita parrocchiale di Flambro, cronaca redatta dai parroci succedutesi alla guida della comunità.
Nella pagina dedicata all’anno 1925, compare un paragrafo intitolato Festa antiblasfema tenutasi il 1° marzo dello stesso anno. È don Enrico Da Ronco che scrive, sacerdote che affrontò il difficile anno dell’occupazione austro-tedesca del Friuli tra il 1917 e il 1918 e che, come altri parroci friulani, decise di rimanere accanto alla popolazione civile e di raccontare le sofferenze degli Italiani.
Don Enrico dimostrò anche una rara attenzione per l’evangelizzazione. Le pagine da lui redatte sono piene di riferimenti al circolo giovanile Giuseppe Bini: iniziative varie a cui i giovani della parrocchia hanno aderito, la preoccupazione del parroco che teme per i ragazzi se questi abbandonano il cammino, la gioia per i risultati raggiunti in diversi concorsi, persino a livello nazionale.
Con tali parole il sacerdote commenta un incontro del 1921: Solo cinque su quarantotto giovani si presentano. Fallimento!
Tempo dopo, però, rincuorato scrive: È tornato anche qualcuno di quelli che allora si erano allontanati e, si spera, con i migliori propositi.
Insomma, un vero pastore di anime che conosce bene quale sia il suo primo fine: avvicinare sempre più persone a Gesù.
Non stupisce, quindi, che un sacerdote così attento alla diffusione del Vangelo nel suo paese e specialmente tra i giovani, avesse compreso quanto fosse necessario rimboccarsi le maniche di fronte al vizio della bestemmia, grave incoerenza nella vita di un credente.
Forse qualcuno potrebbe obiettare che don Enrico avrebbe avuto ragioni più gravi per cui preoccuparsi, come oggi di frequente si sottolinea che siano altre le problematiche per le quali spendersi (povertà, ambiente, guerra...). Infatti, era il 1925, anno in cui gli storici fanno iniziare convenzionalmente la dittatura di Mussolini. Eppure, anche in questa triste congiuntura storica foriera di problemi, egli ritenne che non si potesse sottovalutare questo fenomeno perché c’era in gioco – e c’è tuttora – la santità del nome di Dio.
Così scrive nel registro della parrocchia, riferendosi alla festa antiblasfema del 1925:
Al pomeriggio i fedeli si portarono processionalmente in piazza presso la casa (…) sulla quale era stata murata la lapide antiblasfema. Fatta la benedizione rituale la processione si svolse di nuovo verso la chiesa tra i canti del popolo.
Il sacerdote cita, in seguito, il prezzo della targa e delle altre quattro scritture realizzate sull’intonaco dei muri delle principali vie del paese e che, purtroppo, sono state quasi completamente cancellate dal tempo.
Una di esse si legge ancora a fatica e ricorda che il rispetto del nome di Dio è un valore civile oltre che spirituale: Nel nome della fede e della civiltà/bando alla bestemmia.
Un’altra scritta è invece stampata nella memoria di Mario Salvalaggio: Il padre che bestemmia è maestro di iniquità per i figli. Come non percepire in queste parole l’interesse che don Enrico dimostrò sempre per i più giovani della sua comunità?
Nelle ultime righe del suo scritto, il parroco spiega come in quella occasione furono distribuiti anche cartellini per le case e targhe antiblasfeme per gli esercizi pubblici.
Non ci è dato sapere quale sia stata la reazione della comunità di Flambro, se qualcuno si sia sentito offeso da questa esortazione o se tutti abbiano compreso il nobile fine che muoveva il loro pastore. Non c’è traccia di amarezza nelle parole di don Enrico e a noi piace pensare che i parrocchiani abbiano aderito col cuore a questa campagna. Pare che nemmeno gli attuali abitanti abbiano tentato di rimuovere quella targa che continua a interpellare e a mettere in discussione il passante più o meno distratto.
Forse, a distanza di circa cento anni da questa lodevole iniziativa, dovremmo chiedere a Dio di far crescere lo zelo anche tra i credenti di oggi. Sì, quella santa inquietudine che spinge a fare, a mettersi in moto con la fantasia e la forza che solo lo Spirito Santo può donare!
Innalziamo le mani per invocare l’aiuto in questa missione, con le parole con cui don Enrico conclude il racconto della festa antiblasfema di Flambro: In nome di Dio, cessi l’orribil favella!






Rispetta il nome di Dio
Combatti la bestemmia insieme a noi!
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