Una vecchia foto che diventa uno specchio
PAROLA DI DIO E SPIRITUALITÀ
7/20/20265 min read


“Chi le ha inventate le fotografie? Chi mi ha convinto a portar qui le mie?
Che poi lo sappiamo, scattan le paranoie”.
Nel caso di Tommaso c’era un’aggravante in quanto gli era appena capitato.
Nessuno aveva dovuto convincerlo a portare le sue fotografie da qualche parte. Si era semplicemente trovato di fronte, nel riordinare un armadio, una vecchia scatola, riposta lì chissà da quanto.
Un residuo di un’altra epoca, di rullini e macchine analogiche, e aveva ceduto alla curiosità di darci una veloce sbirciata, giusto per capire di quali foto potesse trattarsi.
Di questo azzardo si sarebbe presto pentito.
Gli capitarono tra le mani le foto della sua adolescenza, e in particolare quelle della squadra di calcio a 5 amatoriale, fondata con gli amici.
La sua mente incominciò d’istinto a calcolare quanti anni fossero passati da quegli scatti ma, per non darsi una risposta e scacciare la malinconia, si sforzò di invece ricordare come fosse nato quel sodalizio, non solo sportivo.
Il suo sport d’elezione era il basket ma in Italia, almeno ai tempi della sua adolescenza, era difficile non cimentarsi, almeno occasionalmente, nello sport nazionale.
E così, quando un amico gli aveva proposto l’idea di una squadra di calcio a 5 per dedicarsi a tornei amatoriali, trascorrere del tempo assieme e divertirsi, aveva aderito con entusiasmo.
Fu inevitabile a questo punto che un po’ di malinconia gli velasse lo sguardo. Erano insomma “le paranoie” di cui parlava quella canzone che ben conosceva. Anzi, la cosa curiosa, era che quel brano – “La dura legge del gol” – era pure diventata l’inno non ufficiale di quella squadra. Sì, perché la squadra non aveva davvero pretese di sbaragliare gli avversari e il livello tecnico era, insomma, non proprio il primo requisito per farvi parte. Da sempre, in quella compagine, contavano di più l’impegno, al di là del risultato, la solidarietà reciproca e l’amicizia, che non il tabellino.
Del resto, il fronteggiare il fallimento e fare i conti con i propri limiti tecnici aveva probabilmente prodotto un risultato più grande, forse non immediatamente visibile, ma più profondo, ossia un’amicizia duratura. Lo ha scritto di recente anche Papa Leone: “L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite” (Magnifica Humanitas, 118).
Nella mente di Tommaso tornò anche la recente conversazione avuta con Pierferdinando su quanto la bestemmia fosse incredibilmente tollerata nella società (qui il racconto).
Il collegamento gli riportò alla mente, in un flash, due episodi curiosi di quella atipica squadra di calcio a 5.
Il primo riguardava un torneo che si teneva nel campo dell’oratorio parrocchiale. Un suo compagno di squadra aveva commesso un fallo su un avversario e questi, accusando il colpo, non aveva trovato di meglio che bestemmiare.
Il suo compagno di squadra aveva allora richiamato l’attenzione dell’arbitro sulla scorrettezza dell’avversario, reo di bestemmiare addirittura all’ombra del campanile. Finì, insomma, con colui che aveva subito il fallo ammonito per espressioni blasfeme e colui che lo aveva commesso esente da provvedimenti arbitrali.
L’accaduto divenne uno di quelli ciclicamente rievocati negli anni per strappare un sorriso agli astanti. E in effetti, anche da solo, Tommaso stava sorridendo.
In un'altra partita, un compagno di squadra di Tommaso si rivolse invece ad un avversario che aveva bestemmiato domandandogli per quale ragione se la prendesse con Dio. Fu un rimprovero senza apparire tale. Senza acredine, quasi più un appello, disarmante perché veniva dal cuore. In una partita tra giovani, con l’agonismo che rende poco lucidi, fu per certi versi sorprendente.
Tommaso non avrebbe saputo trovare parole migliori e infatti non ne disse. E non aveva neanche la prontezza e la decisione dell’altro suo compagno di squadra, intervenuto per reclamare il rispetto di un punto del regolamento così trascurato. Provava ammirazione per entrambi e il fatto che ricordasse questi episodi, all’apparenza così semplici, dopo tanto tempo, lo testimoniava.
Pensò come in gioventù fosse più facile sentire il senso dell’ingiustizia, avere ideali, sentire l’urgenza di agire, mettere da parte i compromessi. Con il trascorrere del tempo, invece, si era sviluppata in lui una certa prudenza, un saper stare in società, un ponderare molto prima di agire che non avevano sempre esiti positivi.
Si accorse allora che quella foto che teneva tra le mani, stava assumendo la foggia di uno specchio: attraverso quella immagine con gli amici vedeva anche se stesso oggi.
In effetti, ai tanti temi che scaldavano i confronti in gioventù – la guerra in ex-Jugoslavia, il giubileo del 2000, ideali di destra o di sinistra, l’aborto e l’obiezione di coscienza, i grandi interrogativi sul senso della vita – si erano sostituiti, nelle sue conversazioni, molto più di quanto pensasse, i grigi temi della vita quotidiana, pur necessari: il gasolio che sale, la prossima manovra finanziaria, la ristrutturazione, il mutuo, la programmazione televisiva.
Si chiese da quanto tempo, non facesse una conversazione su qualcosa che gli scaldasse il cuore. Non ebbe il tempo di rispondersi che la foto che teneva tra le mani non era più un semplice specchio.
Era diventato, nei fatti, come lo specchio di Galadriel, che la Dama Elfica di Lothlórien, mostra a Frodo e Sam ne Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, in grado di rivelare “cose che furono, e cose che sono, e cose che devono ancora essere”.
Infatti, ebbe l’impressione di vedersi in una data indefinita nel futuro, ormai prossimo alla pensione: un uomo divenuto cinico, stanco del proprio lavoro, disilluso verso le istituzioni civili ed ecclesiastiche, che disertava ormai tanto le urne che le chiese, solo ed inacidito verso la realtà che circondava, chiuso in un paradigma totalmente materialistico.
Proprio come Sam, che rimase turbato dai fatti che intravide nello specchio e si alzò di scatto per provare ad impedire che accadessero, anche Tommaso si scosse di colpò e lasciò cadere la foto. Avrebbe voluto subito agire, fare qualcosa perché le cose non finissero in qualche modo. Fu quasi sul punto di chiamare uno dei suoi amici e dirgli una cosa del tipo “mi aiuteresti a ritrovare il Tommaso di 20 anni fa?”.
Ma poi, immaginando la reazione attonita dell’interlocutore, con un sorriso amaro concluse che assieme alle stagioni della vita passano gli slanci e i grandi ideali. Quel Tommaso apparteneva ormai definitivamente al passato. Eppure, se anche i nostri occhi non vedono più il bene possibile che c’è in noi, c’è davvero chi continua a scorgerlo nonostante tutto.
“Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (Is 43,19).
Sì, anche nel deserto che sentiva nel proprio cuore, Tommaso poteva far rifiorire cose che parevano morte. Aveva capito che ideali e sentimenti erano ancora lì presenti e li portava con sé. Per farli rifiorire bastavano piccoli gesti. Forse anche semplici come chiedere ad un conoscente la cortesia di evitare di bestemmiare o prendersi del tempo per una chiacchierata con un amico di gioventù su ciò che scalda il cuore.
Rispetta il nome di Dio
Combatti la bestemmia insieme a noi!
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